PANE, OLIO E SALE. UN LIBRO DI PATRIZIA SAVARESE

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Ho passato un pomeriggio piacevolissimo leggendo il libro “Pane, olio e sale. Memorie tra il dolce e il salato dagli anni ’60 a oggi” di Patrizia Savarese, edito da Memori. L’autrice è una nota fotografa, rappresentata in Italia dall’agenzia americana Getty Images, che questa volta si è cimentata in una sorta di autobiografia raccontata usando come filo conduttore il cibo. Il libro inizia quando Patrizia ha cinque anni ed è una bambina appartenente ad una famiglia alto borghese sempre scortata da una Fraulein tedesca.

Abituata a una casa grande e a una vita vissuta in mezzo ad autisti, cuoche e camerieri in guanti bianchi, si sente fin da bambina prigioniera di una quotidianità scandita dalle regole rigide di una educazione antica, prima fra tutte la consuetudine dei lunghi pranzi che vedevano riunita una grande famiglia che faceva capo alla figura del nonno autoritario e bonario allo stesso tempo, fondatore della prima casa di doppiaggio in Italia, la Fonoroma.
Patrizia guarda quasi con invidia i bambini che giocano liberi di correre nel prato della baraccopoli che a quel tempo esisteva al posto di quello che oggi è il Villaggio Olimpico a Roma, proprio sotto casa sua ai Parioli, quartiere diventato il simbolo della ricca borghesia. E nel Campo Parioli, in una baracca di pochi metri quadri, abitava Anna una bambina che poi diventerà sua grande amica. Negli anni ‘ 50 il rito della merenda rispettava la naturalità del cibo: pane, olio e sale o, in alternativa, pane burro e zucchero. E tale rimase fino all’avvento di Carosello e alla diffusione delle merendine.
Chi non ricorda El Merendero o il formaggino Mio Locatelli con le famose figurine? Inizia così negli anni 70 l’omologazione delle abitudini alimentari che raggiunge il suo picco con il diffondersi degli hamburgher e del cibo precotto e confezionato che si trovava nei primi supermercati insieme a tanti altri prodotti a cominciare dal fustino tondo del Dash, grande protagonista della pubblicità di Carosello. Patrizia invece segue un altro percorso che non è quello sognato dalla sua famiglia, va via di casa, vive con il suo Dominique in mini appartamenti pieni di amici, ritrova Anna, la bambina del Campo Parioli , diventa fotografa e viaggia in tutto il mondo. Quello però che la caratterizza sempre è questa sensibilità per il rispetto dell’ambiente, di chi è povero e del cibo che noi abbiamo in sovrabbondanza mentre migliaia di bambini muoiono di fame. “Nel 2000,” dice, “ ho capito l’importanza del cibo sano e delle colture biologiche.
Cibo vuol dire cultura.” E da qui nascono tante riflessioni sulla crudeltà degli allevamenti intensivi dalle mucche ai polli che non conoscono né la terra né la luce del sole. Ma il Food ,come ormai dicono tutti , è anche legato alla moda e così nasce un breve e intelligente intervento di Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire, che sottolinea il difficile rapporto tre cibo e moda ricordando le modelle anoressiche con relative foto su mensili e settimanali di tutto il mondo e individua nella moda e nella cucina “ due identità complesse perché i prodotti alimentari e quelli della moda sono sempre stati e sono tra gli oggetti più mercificabili, i più utilizzati come passepartout, come souvenir e come dono.
” Molto divertenti e anche interessanti gli altri due interventi che completano il libro, quello di Domenico De Masi sulla pizza e quello di Gloria Satta del Messaggero su cinema e cibo che ci ricorda i grandi film italiani da Roma Città Aperta di Rossellini che vede protagonista “un’ Italia poverissima e prostrata dalla guerra che non ha da mangiare e fa il caffè con la cicoria” fino alla Grande Abbuffata di Marco Ferreri in cui “ Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Philippe Noiret decidono di suicidarsi in un’orgia de sesso e cibo.”

Anita D'Asaro

3 maggio 2016

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