Salute e benessere

Come fare per……..

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La domanda che più di altre è stata posta  negli ultimi mesi è stata come fare per   vivere e convivere con il Covid19?  A questa domanda si sono poi aggiunte altre domande più specifiche che alla base avevano però sempre la necessità di sapere  come fare per non contagiarsi o per sapere se si è stati contagiati, come fare per sentirsi al sicuro, come fare per…..? Domanda che ci accompagnerà nel tempo, cercando di mitigarne l’intensità e la dirompenza.  Il come fare richiama la ricerca  di istruzioni da seguire, di una prassi certa e sicura cui adeguarsi, rivelando i dubbi che accompagnano da mesi  l’umanità.  Umanità che si tiene a distanza da altre umanità per garantirsi l’unico fare protettivo adottabile anti-contagio, insieme alla mascherina!  Di qualunque argomento si desideri parlare nei prossimi mesi non si potrà non  chiedersi come fare per viaggiare, per esempio, per andare a trovare amici e conoscenti mantenendo le distanze, per vivere il tempo libero, per continuare le attività quotidiane.

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NOSTALGIA

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E’ inevitabile attraversare l’esistenza  in questi mesi senza la presenza intangibile  del virus Covid19. Per quanto si desideri non pensarci e non trasformarlo in un rumore di fondo,  il virus rimane sempre un elemento che catalizza l’attenzione di ognuno quotidianamente.  Superata la fase 1 di massima chiusura si è avviata la fase 2 che ha aperto a  diversa mobilità fisica, ma anche, di conseguenza,  a diversa mobilità emotiva.  Nella fase 2 si possono incontrare i cosiddetti congiunti, nel rispetto dell'incolumità reciproca, quindi  a distanza e con dispositivi di  protezione, che se da una parte soddisfa il bisogno di vedersi, dall’altra non soddisfa il bisogno di abbracciarsi. Allora,  si percepisce quella sensazione impalpabile di inquietudine malinconica che caratterizza la nostalgia.  Andrej Tarkovskij, il regista russo  del film Nostalghia, rappresenta  quella vena profonda di disagio che nasce da una difficoltà di incontro oltre che fisico anche spirituale.  Una trama drammatica,  oggi,  per alcuni versi, attuale se si riflette sulla difficile situazione relazionale che si vive, sulle ricadute presenti e future ancora imponderabili, rispetto alla ripresa di contatto con altre persone,  fonte di  potenziale contagio.

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Memoria e quarantena

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Il periodo di fermo forzato delle esistenze, conseguenza delle misure adottate nello stato di emergenza per il Covid19, ha prodotto un cambiamento radicale della quotidianità.  Sono trascorse diverse settimane dal blocco totale delle attività e pian piano  ci siamo adattati a una nuova routine  che non prevede le relazioni sociali, non prevede le uscite, se non per commissioni rapide e veloci, che non prevede la libertà di accompagnare uno slancio di movimento per varcare la soglia di casa. Tutte le abitudini consolidate si sono dovute decostruire per lasciare il posto a nuove abitudini che aiutassero a resistere per adattarsi alla quarantena. Le  giornate hanno iniziato a essere abbastanza uguali, soprattutto nelle preoccupazioni per la situazione di emergenza e la speranza di intravederne la fine, tant’è che, cercando di ricordare cose semplici o banali, come il menu del pranzo o della cena del giorno prima, il ricordo si offusca e la memoria vacilla.  Sicuramente,  per un over e non solo, quando non c’è la possibilità di diversificare la  quotidianità con incontri, con una passeggiata o  con le attività che cadenzano i giorni della settimana,  c’è il rischio di perdere di vista la cronologia degli eventi e il tempo trascorre lasciando la sensazione che si stia vivendo un giorno lunghissimo.

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Il canto dell’attesa

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Io canto per consumare l’attesa:

annodarmi la cuffia, richiudere la porta di casa,

non ho altro da fare

 

finché, al suo avvicinarsi,

ci facciamo incontro al giorno,

e ci raccontiamo l’un l’altro la storia

di come cantammo – per scacciare la tenebra

(Emily Dickinson, da Quel che sappiamo dell’amore, ed.Acquaviva,2001)

 

Quanto sono attuali i versi di Emily Dickinson, oggi, al tempo del Covid19.

Un’umanità reclusa nelle proprie case per proteggersi dal contagio di un virus infido, impegnata nella  narrazione di sé  in un tempo in cui il fare assume un significato diverso dal passato.  I balconi e le finestre sono  luoghi d’incontro con l’altro, spiragli di  condivisione  della vita, anche con canti dirompenti, che assomigliano  ai cinguettii dei  piccoli uccelli in gabbia che alzano il volume del loro  canto per compensare la libertà negata.   Emily Dickinson visse gran parte della sua vita all’interno della sua casa, scrivendo le sue poesie come canti intimi, ma anch’essi dirompenti, che attraversavano qualunque porta chiusa a chiave. 

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Un setaccio per la ri-presa

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Da più parti, ascoltando servizi giornalistici o trasmissioni che da due mesi a questa parte si occupano della quarantena,  cui gli italiani sono sottoposti, la domanda che più ricorre  riguarda l’insegnamento che si può trarre  dall’esperienza  imposta dal Covid19.   Le situazioni di emergenza sono spesso vissute dalla coscienza  come un terremoto e possono anche esporre al rischio di una sindrome post-traumatica da stress, quindi,  se l’esperienza della quarantena e l’angoscia indotta dalla paura del virus, hanno prodotto riflessioni su se stessi e riconsiderazioni della propria vita, un modo per capirlo è quello di usare un setaccio.  Il setaccio è un magico utensile che ci consente metaforicamente di visualizzare ciò che  si può lasciare andare e ciò che  invece è importante trattenere. In questo lungo periodo,  condiviso da tutta l’umanità, di tempo per pensare, anche se in modo diverso cui si era abituati, ce n’è stato, al punto di rendersi conto di quanto  si desse per scontato quello che c’era, quando scontato non era, come la libertà di corrispondere ai propri desideri, anche semplici, ma preziosi. Nel setaccio, quindi, rimangono i desideri non esauditi che per troppo tempo sono stati relegati all’ultimo posto, oltre alle priorità che non erano mai state contemplate, per dare precedenza a incombenze che prioritarie non erano. La ri-presa, quindi passerà attraverso il setaccio, indicatore della strada del futuro, ma ancora non di facile conquista.

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Un ossimoro: il letargo di Primavera

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La sospensione della vita attiva, in questo periodo di quarantena per il virus che ancora si aggira  nell’aria che respiriamo, evoca la sensazione di essere in letargo, nonostante sia Primavera, la stagione del risveglio! Un letargo vigile, che dilata lo scorrere  del tempo,  che sta agendo un surreale assopimento delle sensazioni.  La valanga di eventi inimmaginabili, scanditi da cifre e percentuali degli effetti mortiferi del contagio virale,  ha reso necessario attivare meccanismi di difesa in grado di filtrare l’enorme portata delle emozioni, per non esserne sopraffatti. Nella settimana santa, che  conduce alla Pasqua, sembrano aprirsi spiragli di luce che inducono a ipotizzare una prossima tregua. Intanto, però, è necessario continuare nei comportamenti di tutela per sé e per gli altri, affinché si possa pian piano riprendere il risveglio di primavera, insieme alla ricostruzione della propria vita di relazione con la consapevolezza che richiederà tempo, sia per viverne la fisicità sia per goderne per come si era abituati.

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