L’avevo comprata in un impeto, la volevo, volevo essere bella, volevo vivere! Non l’avevo neppure provata, volevo averla a tutti i costi, ma ora con gli occhi pieni di lacrime me ne stavo pentendo. Nelll’armadio, spiccava lucente di raso bianco in mezzo a tutti gli altri abiti scuri ed informi. Mi sono alzata lentamente e, assicurandomi che non ci fosse nessuno in casa ho aperto la giacca del pigiama: due orribili cicatrici spiccavano sul mio petto,una parte sembrava vagamente rigonfia e l’altra piatta, quasi rattoppata.
Mi sono guardata allo specchio e al riparo da qualunque occhio indiscreto, ho tirato giù la camicetta dall’armadio e me la sono provata. La luce del raso m’illuminava la faccia e l’oro del collo mi faceva brillare gli occhi. Poi mi sono guardata meglio, dalle spalle pendevano piatte alcune pieghe e con enorme dolore ho cercato di raccoglierle nella cintura. Ero determinata a diventare bella, attraente: basta mi sono detta, ora si va avanti, sono viva e voglio vivere la mia vita.
Mi ricordo di quell’orribile giorno, quel bagno e la scoperta di quel nocciolino sotto il seno destro.
Mi viene in mente il freddo che mi congela l’anima. Dopo, la corsa a Milano, l’ospedale specializzato, le chemio. Penso alla mattina in cui mi cade a terra la prima ciocca di capelli. La raccolgo piangendo e chiamo mio marito. Gli ordino di rasarmi tutta. Lui non voleva ed io urlando gli dicevo le cose più terribili finché lui ha ubbidito e piangevamo entrambi.
Poi Matteo, con dolcezza mi ha annodato un foulard Tuareg intorno alla testa, era bellissimo, i colori di sabbia mi ricordavano il deserto ed io lo tenevo annodato sempre, pensando all’Africa e non agli ospedali. Tutti quei giorni, tutti uguali e tutti tristi, scanditi dalla stanchezza e dalle chemio. Volevo far finta di nulla per la mia famiglia, non volevo che fossero turbati.
Mi dicevo allora guardandomi gli occhi: sono ancora grandi sotto il turbante! Penso all’operazione doppia, quella ferita orrenda alla mia femminilità. Per consolarmi mi dicevo, sono viva, sto vincendo, ma poi mi guardavo e cominciavo a piangere. Ma oggi sono determinata ad indossare la mia camicetta, il raso mi avvolge sensuale, e quelle pieghe nascondono a meraviglia la mia ferita. Mi sento bella, gli occhi mi luccicano, i capelli sono ricresciuti, sono corti e brillanti, non ho il seno di Marylin Monroe, però mi sento bene. Penso a ieri sera quando Matteo con infinita dolcezza mi ha asciugato le lacrime con un bacio e mi ha detto: ”a chi devi piacere?
Io ti voglio bene, amo le tue ferite e la camicetta che pende. Sei parte di me e insieme abbiamo vinto questa battaglia, speriamo di vincere la guerra. Mettiti quella camicetta, è la tua armatura, insieme ce la faremo e con il tuo coraggio non avremo paura di nulla”.
Ascania Baldasseroni
19 gennaio 2016