ANSIA

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Sono sempre stata ansiosa. Fin da piccola volevo sempre essere apprezzata, lodata e questo mi metteva in uno stato ansiogeno tipico di chi vuole essere il primo della classe. Non potevo andare male a scuola, anzi a casa mia non ci si poteva presentare con una media inferiore al sette se non si voleva affrontare lo sguardo severo di mia madre ex professoressa di lettere, alunna super premiata e, all'epoca, una delle poche donne laureate che lavorava. Non ho mai capito quanto abbia influito su di me questo tipo di esempio/educazione ma, guardano gli altri che vivono tranquilli e sereni mi sono sempre chiesta se potesse essere anche un fatto di genetica.

Anche all'Università ho, in qualche modo, emulato il percorso di mia madre: ogni anno una borsa di studio e sempre il massimo dei voti. Forse quello per me è stato il periodo più felice della vita. Poi è venuto il lavoro e il meccanismo si è ripetuto con una ricerca assoluta del fare bene ed essere compensata più con le parole che con i fatti o il denaro.
Sempre con lo stesso meccanismo di ansia che mi spingeva a fare meglio. Ho sempre invidiato quelli del pensiero positivo, io che sono sempre in tensione per qualcosa! Finalmente ad aprile è uscita la notizia che due ricercatori olandesi, Meike Bartels e Philipp Koellinger, dopo aver analizzato il Dna di 300.000 persone, hanno scoperto che la felicità può dipendere dai geni ed hanno anche individuato quelli della depressione e di alcune nevrosi.
Naturalmente le ricerche andranno avanti perchè sembra che ci siano molti altri geni che hanno un ruolo nella sensazione di benessere che proviamo e che verranno studiati. Interessante il commento a questa scoperta di Sira Sebastianelli, psicologa: “La ricerca genetica potrà individuare i geni responsabili del malessere o del benessere psicologico di ogni esser umano, ma non potrà mai quantificare la misura che, per ogni essere umano, farà la differenza nel percepire il malessere o il benessere. Sono molte le variabili impegnate nel produrre quel filtro interiore che rende ogni persona così diversa da un’altra nelle sensazioni e nelle emozioni che percepisce e vive, al punto di rendere complessa, ipotizzo, una ricerca genetica finalizzata alla possibilità di uniformare i livelli massimi e minimi di tolleranza di uno stimolo doloroso o benefico.
Il bagaglio individuale di esperienze è multifattoriale e accompagna ognuno di noi nella vita, contribuendo a tradurre positivamente o negativamente gli accadimenti. Ciò induce a riflettere su quanto sia più utile parlare, per esempio, di persona felice e non di felicità, che avrà anche un gene corrispondente, ma non potrà mai determinarne la misura in termini di durata e di quantità”.

Anita d'Asaro
8 giugno 2016

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