LE MAPPE DI BOETTI A FIRENZE PER LA PACE
Una nuova occasione di incontro tra architettura antica e arte contemporanea, tra Rinascimento e attualità. Due grandi mappe di Alighiero Boetti saranno allestite nella cornice di Palazzo Vecchio, dal 4 al 22 novembre, in occasione del “Summit Mondiale dei Sindaci” che porta il titolo: “L’unità nella diversità”. Un confronto per la pace voluto dal sindaco Nardella e ispirato allo storico convegno organizzato da La Pira nel Salone dei Cinquecento (1965). Anche la politica oggi parla il linguaggio dell'arte contemporanea e sceglie come simbolo due grandi mappe di Boetti ricamate da donne afghane negli anni ’80-‘90 per rappresentare la trasformazione dei confini sovietici con la Perestrojka.
Ma come nascono e cosa significano questi lavori? Come molti artisti della sua generazione, Boetti cercava l'Oriente, che allora rappresentava una realtà alternativa a quella occidentale. Così trovò l'Afghanistan, un paese frammentato a causa delle divisioni tribali e del passato coloniale che ne aveva tracciato arbitrariamente i confini secondo un codice incomprensibile alla cultura locale: la geografia politica dell'Occidente. Il lavoro di Boetti sulle mappe (oltre duecento) durò più di vent'anni, con diverse interruzioni. L'artista faceva disegnare in Italia un planisfero su tela di lino che marcava i confini politici tra stati, simboleggiati dalle rispettive bandiere colorate. L'intera superficie delle mappe, ciascuna incorniciata da un breve testo, poetico o politico, in diverse lingue tra cui il farsi, era poi ricamata da gruppi di donne afghane. Alighiero e Boetti¬ – uno sdoppiamento del nome che mette in dubbio l'identità dell'artista e l'autorialità dell'opera ¬– affida così l'esecuzione del progetto ad altri.
La distribuzione del lavoro che avveniva tra le donne in loco rendeva impossibile un controllo capillare della produzione, tanto che gli eventuali errori nell'esecuzione erano contemplati e perfino ben accetti. "Il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com'è e non l'ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l'idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere"– dichiara l'artista nel '74. Quella di Boetti è un'azione rivelatrice, che "svela" la realtà attraverso un sistema di segni, grazie a un'intuizione apparentemente molto semplice. La sistematicità di questa mappatura politica contrasta con il disordine del mondo e il lavoro concettuale di Boetti gioca su questa ambiguità.
Il curatore e critico Luca Cerizza evidenzia la questione della comunicazione che è sempre stata un fattore cruciale per l'artista. Attraverso le sue mappe Boetti parla all'Occidente adottandone i codici per condurre un'operazione concettuale. Ma si confronta allo stesso tempo con l'Oriente, che impara a familiarizzare con la geografia delle mappe e ne recepisce le "informazioni clandestine". Infine, come scrive Cerizza, "ogni mappa misura il tempo, quello della Storia ufficiale e quello della storia particolare di chi ha eseguito manualmente queste opere," in un eterno elogio dell'alterità.
Giovanna Fazzuoli
3 novembre 2015

