VASSILLI E LA VECCHIA CASA NELL'EGEO
Spiro, il mio bel marito di origine greca, una mattina di fine novembre, in maniera autorevole mi comunicò che dovevo partire per la Grecia dato che in quel momento non avevo lavoro e lui invece aveva appena firmato un contratto importantissimo. Bisognava ricostruire la sua casa di famiglia, che aveva appena ereditato. Lo guardai sbigottita non sapendo cosa dire, non avevo scuse, non avevo lavoro. Eravamo entrambi architetti ma lui era molto più richiesto di me. L’inizio d’inverno a Roma è una stagione così piacevole, le vetrine s’illuminano presagendo il Natale, nell’aria il profumo delle caldarroste, e poi avevo appena comprato un paio di stivali dal tacco altissimo. Non potevo proprio partire, invece, una settimana dopo con la morte nel cuore, con una sacca piena di maglioni, mi ritrovai su una nave diretta ad un’isola sperduta nell’Egeo.
Il vento mi sferzava la faccia e, tutta dolorante per la lunga navigazione, finalmente avvistiamo l’isola. La pioggia era scrosciante, l’isola sembrava deserta, poche case illuminate sotto un cielo senza stelle. La mia camera alla pensione era umida, come umide erano le lenzuola. C’era una piccola stufa che però non funzionava. Con addosso tutti i maglioni cercavo di dormire, ma il rumore del mare che sbatteva sulla banchina mi teneva sveglia. Giurai a me stessa, che appena i lavori me lo avrebbero permesso sarei fuggita. La mattina dopo, sempre con la pioggia battente mi avviai alla casa, una rovina, non potevo credere ai miei occhi. Ci sarebbero voluti mesi e mesi di lavoro. Mi sentii male. Con la pioggia che mi accecava vidi a malapena un uomo, vestito con un grosso soprabito di pelle di pecora, un cappello di pelliccia e grandi occhi verdi. Si presentò e in una lingua incomprensibile, un misto di greco e d’inglese, mi disse che si chiama Vassilli, che era albanese ed era il capomastro. Io a gesti gli dissi che ero l’architetto, il “mecanikos” e avremmo dovuto lavorare insieme. Ogni giorno mi recavo al cantiere, con Vassilli aspettavamo i materiali che arrivavano con la grande nave e i lavori procedevano con lentezza ma procedevano. La sera mi trovavo sola nella mia stanza umida cercando di disegnare e anche di leggere.
Un giorno che era piovuto enormemente e l’isola era avvolta da una luce quasi ramata, invitai Vassilli a mangiare con me. Dopo svariate “retsine” (vino resinato), abbandonammo l’argomento lavoro e cominciammo a parlare di noi, lui mi raccontò della sua dura vita di esule albanese e da allora restammo sempre insieme, di giorno al cantiere e alla sera a passeggiare sulla montagna che cominciava a fiorire. Quei momenti mi apparivano meravigliosi, mi sentivo forte, creativa. Mi ero imposta di non pensare a niente, di prendere quello che la vita mi dava senza fare progetti. La casa a poco a poco procedeva, ora era quasi ridente, maestosa e dipinta di azzurro. La più bella del porto. Vassilli ed io avevamo fatto un grande lavoro, avevamo riportato alla luce un pezzetto di storia del mio marito greco.
Sono rientrata a Roma, e Roma mi ha accolto con la sua luce dorata, Piazza di Spagna è coperta di azalee, e le vetrine hanno la nuova collezione estiva, piena di fiori e dalle scarpe altissime. Ho ritrovato la mia bella casa ,così sofisticata e mio marito, il mio bel marito così raffinato, ma cosi tanto infedele. Ho fatto vedere le foto della casa a Spiro, le ha guardate entusiasta e poi, rivolto a me, mi ha guardato con orrore , ha guardato i miei capelli bianchi e mi ha detto: sei diventata vecchia, l’isola ti ha distrutto. Ho pensato allora a Vassilli alle sue lettere incomprensibili dettate da Google, alle sue grosse mani che mi accarezzavano i capelli mentre sussurrava che ogni capello bianco era una striscia di luna. In quel momento ho saputo chiaramente cosa avrei fatto.
Oggi Spiro è sull’ isola, vuole vedere la casa finita. Lo aspetto sul portone. Lo vedo avviarsi a nuoto dall’altra parte del porto, mi raggiunge , è entusiasta. E’ allora che gli racconto tutto. Lo vedo impallidire, si butta in acqua per nascondere le lacrime. Tutto il paese lo guarda. Ed io, mi metto le mani fra i miei riccioli bianchi, prendo lo zaino e, leggera, mi avvio all’imbarco per l’Albania.
Einstein ha detto: “Ci sono due modi di vivere, uno come se nulla fosse un miracolo, l’altro come se tutto fosse un miracolo”.
Ascania Baldasseroni
23 luglio 2014